I RISCHI SAREBBERO TROPPO GRANDI
L’edizione di sabato ventinove luglio del Manifesto riporta – in prima, con richiamo a pagina quattordici – un lungo intervento di Aldo Tortorella, presidente dell’Associazione per la Rinascita della Sinistra, dal titolo: «Distinguere tra partiti e rappresentanza, l’unità a sinistra è possibile».
La tesi dell’anziano ex dirigente del fu partito revisionista è che «lo stesso Pci avvertì i limiti di una rappresentanza parlamentare identica al partito, e prese l’iniziativa – era segretario Luigi Longo – di eleggere un intero gruppo parlamentare (la “Sinistra Indipendente”) composta da personalità estranee al Partito. Fu presieduto da Stefano Rodotà alla Camera e da Ferruccio Parri al Senato, e assunse iniziative importanti anche in dissenso».
In quel periodo, il riferimento è alle elezioni politiche del 1968, il partito revisionista aveva una forza tale da poter far eleggere centinaia di suoi candidati – 177 deputati, e 101 senatori nella lista unica col Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria – e di permettersi che molti di questi fossero indipendenti.
Il Tortorella però dice un’inesattezza: non tutti erano esterni al partito, visto che tra i deputati si possono, ad esempio, trovare i nomi di Pietro Ingrao, Nilde Iotti, e Giorgio Amendola, mentre tra i senatori figurano Walter Audisio (il comandante Valerio, colui che giustiziò il Puzzone), e Gelasio Adamoli.
Coloro che attualmente si ritengono gli eredi di quella tradizione non hanno nemmeno la centesima parte della potenza delle bocche da fuoco elettorali del partito revisionista: questo comporterebbe, nel caso venisse riproposto uno scenario come quello auspicato dal presidente dell’Ars, un rischio altissimo di ritrovarsi con onorevoli che potrebbero – magari infatuati dalle lusinghe del potente di turno – non sentire alcun obbligo di votare i provvedimenti nel modo deciso dal gruppo dirigente dell’auspicato soggetto unitario.
Bosio (Al), 03 agosto 2017
Stefano Ghio - Proletari Comunisti Alessandria/Genova
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